Nel Vento, di Emiliano Gucci

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18 novembre 2015

#TITOLIDIVIAGGIO Titoli di viaggio. Di libri e di treni.

“E capii definitivamente che gli atleti vanno guardati correre in pista, e basta. Perché è la loro arte compiuta che adoriamo, non la loro vile umanità.”

Il primo libro di Emiliano Gucci mi ha folgorata, così compro “Nel vento“. Trama interessante sbirciata nella terza di copertina, e via.
Inizio a leggere e penso però di essermi imbattuta nel gemello cattivo di quell’Emiliano Gucci che avevo fra le mani fino a qualche giorno prima.
Questa storia, più una riflessione cruda su una vita plasmata al volere del dolore, mi sbatte in faccia sport corrotto, anabolizzanti, scommesse, gatti decapitati come ricatto, legami spezzati. La corsa come una ragione di vita, anzi necessaria alla sopravvivenza.

“Ma questi sono i miei cento metri, dottore: non resta che correre. Sempre, forte, senza sbagliare, sperando sia sufficiente”.

Ma non è già abbastanza spiacevole la realtà quotidiana, fitta di notizie sgradevoli? È necessario che mi scortichi l’anima ulteriormente con il dolore di queste pagine?
Ci rimango male, ma vado lo stesso avanti, forse mi abituo allo strazio di cui parlano, forse riesco a tenerlo a distanza.
Magari ho finito col concentrarmi sulla struttura del libro, interessante ed originale. I 10 secondi della gara durano 131 pagine, mischiandosi senza difficoltà con il tormentato passato e presente dell’atleta.
Una grande capacità di raccontare una storia senza perdere il filo. Qualità da apprezzare.

Se penso invece alla solitudine del protagonista e allo sport che diventa spietato, allora torno a sentirmi le scarpe pesanti.
Per non parlare della metafora della corsa come una fuga dal dolore. Che di metafora ultimamente c’ha proprio poco.

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