“La versione di Barney” di Mordecai Richler

22 marzo 2016

#TITOLIDIVIAGGIO Titoli di viaggio. Di libri e di treni.

barney

“Ebbro? Intendi sbronzo? Ovvio che sono sbronzo. Sono le quattro del mattino.”

Barney Panofsky e la sua versione dei fatti.
La sua personale difesa di fronte all’accusa di omicidio e il resoconto della sua vita.
Parigi, spirito bohémien, pochi soldi e tanto alcool.
E le donne, tre donne, più varie ed eventuali comparsate.
Poi il Canada, i matrimoni, i figli.
E poi le sbronze, i sigari, le ore piccole.
I ricordi che si confondono. Le parole che sfuggono.

Che casino Barney! Che incredibile caos hai creato.
Quante cazzate Barney! Quanta debolezza, pigrizia, sfacciataggine, menefreghismo.

Poi però ci si affeziona a Barney. Ad un tipo di questa portata.
Perché è debole, pigro, sfacciato e menefreghista.
Sì, i suoi difetti sono i suoi pregi.
Un cretino in fine dei conti, ma irresistibile.

Barney a parte, una fatica pazzesca a non perdere il filo in queste 500 pagine.
O meglio, una fatica pazzesca a ritrovarlo il filo.
Perché l’ho perso un sacco di volte.
Perché si salta da un discorso ad un altro, perché i personaggi arrivano e spariscono. Perché è tutto sovrapposto, c’è poco ordine.
E’ vero ci sono pagine divertenti e acute, ma per me non è il capolavoro come in tanti lo definiscono.

Per un motivo: non è una bella storia. In questo romanzo manca una bella storia.

“La versione di Barney”, il diciassettesimo titolo dei miei #Almeno60titoli

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